Tagadà, la "battaglia" della replica Ipasvi

30/03/2016 - www.ipasvi.it

30/03/2016 - E’ stata una battaglia di posizione  quella che ha caratterizzato il 29 marzo la replica dell’Ipasvi alle false affermazioni della puntata di Tagadà del 18 marzo scorso: la conduttrice ha tentato di difendere la sua posizione basata su fatti personali, ma la replica di tutti è stata unanime

Infermieri, medici, cittadini e opinionisti seduti nel salotto di Tagadà del 29 marzo, hanno dato un verdetto unanime: l’infermiere è responsabile del triage in pronto soccorso, non fa alcuna diagnosi, ma applica grazie alla sua preparazione ed esperienza protocolli precisi e sempre aggiornati, divide col medico le responsabilità, del primo nel caso in cui il protocollo non funzioni, dell’infermiere se questo non è stato adeguatamente e correttamente applicato.

E’ stata una battaglia di posizione – come era da attendersi – quella che ha caratterizzato la replica dell’Ipasvi alle false affermazioni della puntata di Tagadà del 18 marzo scorso. E fin dalle prime battute il clima è stato chiaro: “Con gli infermieri sembra che io abbia una questione in sospeso”, ha detto Tiziana Panella, conduttrice della trasmissione, che il 18 marzo aveva affermato: “Non vorrei mai essere accolta da un infermiere in Pronto Soccorso”, scatenando oltre la reazione ufficiale dell’Ipasvi, quella di società scientifiche e gruppi di studio, fino ai singoli infermieri su web e social. Nessuna notizia invece, della posizione del 18 marzo di Cecchi Paone, secondo il quale “l’infermiere non ha studiato per fare questo“ (il triage, ndr), smentito dai fatti senza possibilità di appello.
 
Panella ha mantenuto il punto e difeso la sua posizione sostenendo che il triage è una prima diagnosi, e per questo, almeno in alcuni casi, è meglio che sia il medico a farla. Una posizione impopolare a quanto pare, viste le reazioni di tutti gli invitati. Ma alla fine dei 24 minuti di dibattito acceso, Panella ha motivato la sua intransigenza con una esperienza personale: giunta al pronto soccorso con un fortissimo mal di testa, si è vista passare avanti, proprio nel triage, chi era sotto colica renale.
Non ha ceduto agli attacchi Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale Ipasvi, che ha spiegato in modo inequivocabile, nonostante il coinvolgimento di Tiziana Panella, che il triage infermieristico esiste dagli anni ’90 e un infermiere formato e sempre aggiornato non fa diagnosi, ma determina priorità secondo protocolli che consentono di assegnare i codici in base ai sintomi ed eventualmente di rivederli e far intervenire il medico se la situazione clinica ne mostra i presupposti. 
 
Il lavoro dell’infermiere è una invasione di campo della funzione del medico? Ha ribattuto Panella forzando questa volta il senso dell’articolo apparso su Repubblica del 29 marzo (in allegato) in cui quella dell’infermiere è descritta come professione – specializzata – del futuro? Assolutamente no, è stata la risposta di Mangiacavalli, che ha spiegato come l’articolo parli in realtà dell’evoluzione negli ultimi venti anni della professione infermieristica in base ai nuovi bisogni dei pazienti e, quindi, delle nuove competenze che l’infermiere ha e si prepara ad assumere. 
 
E all’ennesima, reiterata “accusa” agli infermieri di fare diagnosi, ha risposto anche Giacomo Milillo, segretario nazionale dei medici di famiglia della Fimmg. Il triage non fa diagnosi, ha detto seccamente Milillo, ma classifica le urgenze in base a una procedura codificata dalla quale scaturisce la classificazione dei codici.
 
Non c’è la priorità di una o dell’altra patologia, ha spiegato ancora Mangiacavalli, ma dei sintomi analizzati in base a un preciso algoritmo. Inoltre, ha aggiunto, semmai il risultato dell’algoritmo fosse dubbio, c’è una rivalutazione del triage: il codice non è una diagnosi – ha affermato -: quella la fa il medico.
 
Anche i cittadini sono stati sulla stessa lunghezza d’onda. Secondo Tonino Aceti, segretario nazionale di Cittadinanzattiva, in pronto soccorso semmai c’è il tema delle attese impossibili e inaccettabili per chi sta male, a prescindere da chi decide nel triage che per legge ed esperienza, ha aggiunto e ribadito, è l’infermiere.
 
Anche il giornalista, opinionista e blogger Fabrizio Rondolino ha provato a riportare il dibattito sui giusti binari, affermando che se è vero che c’è un problema di efficienza delle strutture, non è vero né giusto affermare che esistano “guerre” tra medici e infermieri. A decidere è la preparazione e l’esperienza, non la laurea, ha affermato, e questo vale per tutti, medici e infermieri senza distinzioni.
 
Ultimo attacco in cerca di una ragione finora sospesa, è stato quello della conduttrice alla responsabilità di eventuali errori. Ma tutti sono stati ancora una volta concordi nell’affermare che è paritaria: se il triage (l’algoritmo che lo determina) non va, è colpa del medico, se è mal applicato è colpa dell’infermiere. Che quindi escono dalla battaglia ognuno sulle proprie, corrette posizioni, nonostante l’effetto mediatico di una polemica aperta, a quanto pare, più che altro per motivi legati a esperienze personali.
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